Archivio Ottobre 2010

E il buio fu, sull’abbraccio nato dalla mente del Bernini, per millenni oppressore di orde di pecore, dedite al culto di un miserabile servo, rappresentante delle angherie clericali;  cavalli alati, cerchi infuocati, fauci affamate da secoli di persecuzione inquisitoria e il patto per la genesi dell’apocalisse è firmato.

Ares, armato di lancia, sul suo carro dalle ruote dotate di falci, veniva da nord, affiancato da Discordia, da Terrore, armato di fruste di serpi e dalle Keres, geni che bevevano sangue dei caduti e ne dilaniavano le membra.  Da est, facendosi spazio tra vortici, black hole risucchianti peccatori immolati su croci acuminate rosso sangue, Morrigu, la grande regina, il corvo di battaglia, da sud, simbolo terreno della povertà, di miseria e sfruttamento Bantù, il Cardero, l’energia e la materializzazione in terra degli spiriti degli africani, da ovest  semantica espressione di un fittizio benessere terreno Shiva cavalcante il suo toro: egli è colui che distrugge e  restaura, il primo asceta che turbava le mogli degli altri asceti della foresta ,  pastore di anime e  tentatore,  che dopo aver ucciso il figlio lo resuscita e gli dona la testa di un elefante ovvero la sapienza.

Fugge nella sua bianca veste, tra corpi corrosi e già arsi e umili esseri prostrati ai suoi piedi sporchi di terra sconsacrata e dall’alto notano i cavalieri la miseria e la codardia di chi si è fatto proclamare rappresentante di un dio in terra. Tremende le urla dalle mura di san Pietro, la liberazione è vicina per anime tormentate e svilite in quel luogo inventato da Ade, sfruttando l’effige della sua più autorevole vittima appesa ad una croce…

“suona violino paganiniano, risorge dalle fiamme Giordano, pianto di bimbi sverginati, suore da preti sodomizzate…”

“ Il padre vostro non è nei cieli, ma come verme scava tra terra, fuoco e radici, non avete santificato il suo nome e per sua volontà ha mandato noi ad estirpare le radici di questo insulso regno”- Ares  furioso imprecava,  mentre la frusta di Terrore scendeva inesorabile e sicura sui corpi che gremivano quella piazza, iniettando veleno e sofferenza su chi, in nome dell’eterno, aveva sfruttato, violato e mercificato l’uomo.

Luciani, Calvi, Rubolino, Estermann, Gladys Meza Romero, Cedric Tornay, Emanuela, il demone Marcinkus e il braccio destro De Pedis, il Vaticano sa, mente, tace e depista.

Alti pali di metallo, roventi, forgiati da Creidhne, accerchiarono le mura vaticane, rendendo impossibile a chi si trovasse dentro, la fuga e come in un’arena quei corpi si muovevano disorientati e sbigottiti, mentre sai e abiti talari cominciarono a nascondersi nei posti più segreti e sconosciuti creati all’interno dell’alcova maledetta, come nelle 52 miglia degli archivi ove le prove dell’eterna menzogna venivano custodite e solo il papa e i suoi adepti potevano accedere.

“E con questo marchierò sulla vostra pelle, bugie latine…”- Bantù, ligneo e possente mostrava torchi incandescenti e latinità insensate  plasmavano in aria attorno a lui, parole sconnesse, frasi occulte prendevano forma dal nulla, mentre iniziavano a sciogliersi informi, le masse accorse ad ascoltare la voce ingannevole e di rosso e grigio la piazza tingeva se stessa: materia, sangue, anime rese carne e sacrificate come agnelli davanti all’illusione, come figli di Abramo, come insulse chimere sulle rive dell’Averno.

“Agnus Dei, qui tollis peccàta mundi: miserere nobis.    
Agnus Dei, qui tollis peccàta mundi: miserere nobis.    
Agnus Dei, qui tollis peccàta mundi: dona nobis pacem”

 

Statue dalle sembianze umane adorate come sacre, miscuglio di pietre e bugie, in voi impalerò i 265 e su di essi Bantù imprimerà a fuoco “et unam, sanctam, catholicam  et apostolicam ecclesiam…” la più grossa e terribile delle ipocrisie impresse nel credo cristiano e a Morrigu il compito di giudicare vivo et mortuos, si reincarneranno i peccatori, si aprirà tra dolori strazianti la loro mente così il male si farà uomo, mortale e brace sul fuoco di Sehkmet.

“Porterà sommato su voi il dolore dei sacrificati, degli inquisiti, degli oppressi, il dolore di chi ha subito ferite fisiche e morali, il dolore della strappata e dello schiacciadita, le vostre membra sentiranno i rulli chiodati infilzarsi dentro durante lo stiramento, brandelli di carne finiranno appesi sullo strazia seni, sulla graticola bruceranno le vostre infezioni, aghi e sedie inquisitorie, il marchio di satana…”

 

“Qui propter nos homines, et propter nostram salutem discendi de coelis…”

 

E nei musei Brigit voce darà anche ai furti perpetrati in nome di Cristo, a umili e indifese masse, a culture spogliate della loro identità.

“Svegliati ragazza sparita, non per mano di spie, ma di chi con vesti sacre donna sua ti fece e gravida di sperma papale, condannata a morire e sparire col tuo grembo, tra i più reconditi e impenetrabili misteri del tempio di Simmaco”.

“Svegliatevi nevrastenici, epilettici e schizofrenici, aiutateci donne e bambini violati, per esorcismo o libido repressa…distruggiamo Babilonia”.

 

Appariva come un miraggio, un immagine sovrapposta, qualcosa di irreale; le mura sparite aldilà del colonnato rovente, le colonne che s’intravedevano rosso scuro e l’obelisco che dal 1586 contrassegnava il centro della piazza, aveva assunto sembianze umane con volti di sofferenza che simili a sculture volevano uscire da quella prigione.

Il cielo nero, rotto da improvvise colorazioni rosso-arancio, avvolgeva il luogo e tutto iniziava e terminava in quei 0,44 km alla destra del Tevere.

Bramante, Michelangelo, Bernini, Della Porta, la loro arte servile soffriva, lamentava l’annullamento dello spirito, semplice pietra eravate e pietra tornerete.

Gruppi di fedeli cominciarono a riunirsi e a recitare il rosario per la salvezza delle loro anime e del tanto adorato tempio glorificato, s’innalzarono roghi al cielo, mischiandosi a centinaia di pater noster e ave maria, intrecciando un ballo sconnesso, cordoni tagliati e distacchi tra fede e realtà; nell’aria si materializzano icone tra Ares, Morrigu, Shiva e Bantù appaiono lische scarnate mangiate da cani, ratti inseguire felini, Giuda che scende dal cappio omicida; risorgono i due ladroni e cristo là in croce che fissa maria, Giuseppe la bacia lussurioso; nei mari annegano pesci loquaci, l’aria è veleno ai mortali; giacciono freddi sui bordi quei corpi, le strade tombe scoperte.

 

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E la terra tornò informe e deserta, le tenebre ricoprirono l’abisso, fu solo sera e non più mattina; le acque salirono al cielo e scomparve l’asciutto, morirono germogli, erbe, semi e alberi da frutto e fu solo buio. Scomparve la luna che di luce riflessa ci lasciava intendere il sole e pur esso fu  spento; sparirono volatili dal cielo, pesci dai mari, mentre rettili e esseri viventi furono inghiottiti da un profondo nulla creatosi là al centro dell’ultimo giorno della terra; dalle narici di ogni uomo polvere fuoriusciva e lentamente sparivano i loro corpi, mentre sangue dava il cambio alle fertili Pison e Ghicon e informi corpi di donna cominciarono a camminare e a tornare ossa che cani affamati, figli e proseliti, rubarono alle gabbie toraciche asciutte di peccatori discendenti da incesti e fraticidi causati dalla bramosia di chi non accettò frutti ma primogeniti d’animali; nemmeno il rumore dei venti, ma l’assoluto confine di un infinito ormai finito, del non scorrere del tempo, il ritorno alla pregenesi, all’inesistente.

Fieri tornarono alle loro anime e dall’alto il suo seme sparse Ares cosicchè fossero le aride terre rifertilizzate per un nuovo inizio.

E la luce fu.

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Brucia la mia pelle in questo letto freddo estremo,

piaghe uguali ai giorni di taciuta sofferenza;

ho chiuso gli occhi al mondo,

ma la mente resta aperta,

a sproliloqui e padri nostri,

a scommessa ultraterrena.

Il mio cibo è una siringa,

si fa strada nelle vene,

mentre fissano i viventi

la mia maschera di morte.

Una croce senza chiodi,

una sindone mi copre,

goccia a goccia il mio veleno,

un dolore in quanto vivo.

vignetta_lemonde

Stacca i fili, taglia il tubo,

dammi pace te ne prego,

se il tuo dio è così perfetto,

uccida un corpo maledetto.

angelo

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Spesso mi trovo a meditare o a riflettere su tanti eventi piu’ o meno importanti; la compagna di questa avventura solitaria è per me la poesia, così spesso derisa, così tanto svalutata nel mondo odierno. Ultimamente ho letto quella che vadoa pubblicare di seguito e prescindendo dal fatto che Baudelaire è uno dei miei poeti preferiti assieme a Verlaine e Donne, questa mi ha fatto riflettere sulla vera essenza dell’essere e sulla futilità di ciò che è pura apparenza; la piu’ bella delle poesie d’amore mai scritte secondo la mia anima.

Una carogna

“Ricordi, anima mia, quel che vedemmo / un bel mattino dolce d’estate / dietro quel sentiero? una carogna infame, / su un letto sparso di sassi:

zampe all’aria, come una laida donna, / ardente e trasudante veleni, / spalancava il ventre indifferente e cinico / tra tante esalazioni.

Batteva il sole su quel putridume / come per cuocerlo a puntino, / e ridare così centuplicato alla Natura / quel che lei aveva messo insieme.

E il cielo guardava quella gran carcassa / che si dilatava come un fiore. / Che fetore immondo! temevi / di svenire là sull’erba.

Come ronzavano le mosche su quel putrido ventre! / e come sbucavano a battaglioni / nere larve! colavano come denso liquido / lungo quei brandelli vivi.

Scendevano e salivano come un’onda, / o brulicando s’avventavano; / sembrava che quel corpo, gonfiato da un respiro vago, / si moltiplicasse in tante vite.

Di lì sorgeva una strana musica / come l’acqua corrente e il vento, / o il grano che agita e rigira ritmicamente / nel suo ventilabro chi lo vaglia.

Dietro le rocce una inquieta cagna / ci guardava con irato occhio, / spiando il momento di riprendere allo scheletro / i brandelli che erano rimasti.

-E tu? Anche tu un giorno sarai quel letamaio, / quella peste orrenda, / stella dei miei occhi, sole della mia natura, / tu, mio angelo e mia passione!

Sì, anche tu sarai così, regina delle grazie, / dopo gli estremi sacramenti, / quando sotto l’erba e le piante grasse / ammuffirai tra le ossa.

E allora, mia bellezza, di’ pure ai vermi, / che ti mangeranno di baci, / che ho conservato la forma e la divina essenza / dei miei amori decomposti!”


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