Archivio Gennaio 2011

Mai quanto oggi si parla e si scrive del connubio potere-sesso, come se fosse un fatto di odierna scoperta. Si accusa il premier di essere andato a letto con minorenni e ragazzine e la bigotta e intellettualoide moralità di una pseudo-sinistra allo sfascio si blocca su questo argomento. Vorrei allora chiedere ai signori che tanti scrupoli si fanno quale sarebbe la loro reazione di fronte a queste ragazze e pretenderei una risposta schietta e sincera:

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La verità è che il signor Berlusconi dovrebbe essere attaccato perche’ concusso, corrotto, mafioso e truffatore, non perchè ama , scusate la volgarita’, la gnocca; storicamente la donna ha fatto del potere della fica la sua arma prediletta ed è inutile attaccare l’uomo perchè la vuole, ma le donne dovrebbero indignarsi con chi la da’…!

Ultimamente si parla di prostitute e puttane rendendo queste due parole sinonimi ma io tendo a differenziarle:

Per me le prime si vendono per necessità, le seconde per amor proprio e per narcisismo; le prime  vengono sfruttate, le seconde sfruttano per compiacersi; possiamo partire da un esempio elevato come quello che oggi riempie tv e giornali: le ragazze non sono sfruttate da Berlusconi, ma son state loro a sfruttarlo rendendolo ricattabile e l’unico reato che potrebbe contestarsi per questo è quello che ha scritto una giornalista del “Giornale” ovvero “circonvenzione d’arrapato”.

Ma l’essere “puttana” puo’ trascendere dall’atto sessuale in senso stretto mentre la prostituta lo deve fare per lavoro, quindi stilo una lista di dettagli che rendono secondo me puttana una donna:

1-Vendersi per tornaconto personale o per carriera;

2- Fare del suo corpo arma di annientamento di una rivale;

3-Godere ad essere come cagne, ambite da piu’ uomini e correre avanti per farsi inseguire godendo di questa loro forma di dominio e poi raggiunto lo scopo fuggono per circuire altre vittime;

4- Quelle che fanno del loro interno coscia punto di forza in ogni occasione, anche nel procacciarsi amicizie;

5- Le narcisiste che hanno un’adorazione morbosa di loro stesse, che si esprime nel culto e nella cura maniacale per il proprio corpo e che spinge a improntare a totale egoismo i rapporti con il mondo esterno (definizione da vocabolario) cercando il proprio godimento a discapito dell’altra persona.

Ringraziando il cielo sono tantissime le donne che si apprezzano e apprezzano chi li circonda, elevandosi per intelligenza sopra questo ciarpame che sta portando alla deriva il significato di “essere donna”, ma vorrei proprio che da loro partisse la rabbia e la disistima per le sguattere che hanno disintegrato il valore femminile portandolo all’eguaglianza donna= fica e che invece di affondare il colpo contro l’uomo che “naturalmente” prende cio’ che gli si da’, attacchino questo modello femminile a partire dalla base e quindi dal piccolo delle nostre case, citta’ per passare alle vetrine di tette e culi che spesso intasano i social network sino agli alti piani del potere.

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Benvenuti signori, vi presento la vita,

una mente che mente, mentre fotte la gente,

la sfilata dello sperma che si infervora tremendo,

mentre l’ovulo tremando ti proietta al nuovo mondo;

è così che nasci tu, tra le trottole e i bubù,

senza personal Hatu’ sei fottuto ancor di piu’.

Tra le facce da coglioni di parenti e genitori,

che ti fanno ritardare lo sviluppo cerebrale,

ti ritrovi a un certo punto tra le braccia di una stronza,

che ti prende, usa e smonta con la forza della gonna;

se da un buco tu sei nato e per un buco stai arrapando,

ora vecchio e inacidito su quel letto moribondo,

stai per essere infilato

dentro al buco piu’ profondo.

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fossa

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Quella baita tra la neve, che cancellava completamente dalle nostre menti i paesaggi che quotidianamente ci circondano; all’azzurro del mare che disegna un tutt’uno col cielo, alle sempre calde temperature del nostro sud, avevamo contrapposto un bianco e vergine manto innevato, mentre i vetri si appannavano al contrasto col calore del nostro fiato e dei nostri corpi; due giorni fuori dall’ordinario e ripetitivo vivere, fuori da risvegli traumatici, da sveglie che segnano i minuti che si hanno a disposizione per lavarti, vestirti, fare colazione e correre a lavoro; fuori dalle solite facce stereotipate, dai saluti convenzionali, dai falsi sorrisi e da ipocriti interessamenti alle storie di chi ti sta di fronte forzatamente; fuori da una realtà che ti sta vivendo, mangiando, distruggendo secondo dopo secondo senza accorgertene; lì a scrivere un racconto che si riempie di sorrisi, passione, scherzi e che come scenografia non ha nient’altro che alberi, neve, un camino acceso, un frigo e una cucina a legna.

baita nella neve

Quando ci siamo incontrati non ci credevamo, io ero alla finestra e dal vetro attendevo il tuo arrivo; mi ero coricato lì la sera prima, per accendere il camino, pulire, rendere l’ambiente gradevole e velatamente sensuale, colori caldi in contrasto col freddo esterno, riproduzioni di Klimt e un piumone rosso con su incisa  Rèverie sur ta venue di Apollinaire, un libro di Bukowski per passare la notte, una bottiglia di Jack Daniels, tre pacchetti di Camel light, cibo vario per due giorni, acqua e nutella; ti ho vista arrivare accompagnata da una guida sul gatto delle nevi, così coperta da tuta, cappuccio e scarponi non scorgevo che pochi centimetri del tuo viso ma già tremavo dall’emozione ed è come se la temperatura fosse arrivata a cento gradi dentro; eri scesa e lentamente ti stavi avvicinando alla porta che ho subito aperto…ed è stato lì che i tuoi grandi occhi neri hanno trapassato i miei e con un sorriso e un abbraccio ti ho sentita finalmente mia; che emozione accompagnarti davanti al camino per farti scaldare, ti ho portato una tazza di cioccolata calda e ti ho aiutato a liberarti da quell’involucro di pesantissima tuta e mi sei apparsa così come immaginavo, bellissima nella tua semplicità, dolce e maliziosamente intrigante nel tuo normale pudore.

Abbiamo chiacchierato, ripetendo cose che già ci eravamo detti, così per rompere il ghiaccio ( che ironia lì che di ghiaccio da rompere ce n’era eccome!!!).

Il pranzo era stato semplice ma unico e il primo brivido l’ho avuto allora, quando per sbaglio, senza accorgertene, hai poggiato i tuoi piedi vicino alla mia caviglia e io ho volutamente accentuato il contatto…tu lo hai capito.

“Ci sediamo sul divano…davanti al camino?”

Mi hai fatto cenno di si con la testa e ci siam messi là, aspettando chi dei due si avvicinasse per primo.

Qui c’è un bel tepore ma ho ancora i piedi infreddoliti ” -mi guardavi mentre tremante ti raggomitolavi su te stessa.

Se vuoi posso massaggiarteli, per riscaldarli un po’ “

Senza rispondere mettesti delicatamente le tue gambe sulle mie e stirandoti sul divano per rilassarti chiudesti gli occhi.

Tolsi piano quelle calze e cominciaia a massaggiare i tuoi piedi che erano veramente freddi; fu il primo contatto con la tua pelle e osservai quelle dita lunghe, affusolate, belle e il tocco comincio’ a far nascere in me il desiderio di sfiorarti e sentire che ogni centimetro di quella pelle venisse a contatto con le mie mani; tu eri rilassatissima mentre io avvicinai le labbra alle tue dita e pian piano le baciai respirandoci sopra per scaldarle; tu non dicevi nulla e io cominciai a baciare i tuoi piedi e salendo arrivai alla caviglia; apristi gli occhi e fissandomi mi facesti cenno di aspettare un attimo; ti alzasti e di corsa andasti a chiuderti nella camera da letto.

Forse avevo sbagliato o ero stato troppo rude; rimasi seduto col rimorso di aver rovinato tutto, ma il rimorso scomparve quando ti vidi riuscire dalla stanza vestita di nero, con minigonna che lasciava intravedere gli autoreggenti e un golfino a manica lunga e aderente che metteva in risalto un seno perfetto, rotondo e audace.

Ti avvicinasti a me e togliendoti i tacchi a spillo ti sei riadagiata sul divano.

Adesso puoi continuare, fa che le tue mani e le tue labbra segnino ogni angolo del mio corpo…queste ore saranno nostre per tutta la vita, nessuno ce le ruberà”.

Carezzavo quelle cosce, mentre con la bocca salivo lentamente e mi impadronivo del tuo sapore, pian piano cominciavi a muovere il tuo corpo eccitato…alzai la minigonna e con la lingua cominciaia a massaggiare il tuo interno coscia.

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Sentivo le tue mani sulla mia testa e i tuoi sospiri eccitavano sempre piu’ la mia mente; abbassai pian piano il perizoma di pizzo rosso e palpando i tuoi fianchi cominciai a leccare tra le labbra e la clitoride; forse la neve si stava sciogliendo con la calda passione che stava prendendoci; con le mani alzai la maglietta e arrivando ai seni, massaggiavo i tuoi capezzoli tra il pollice e l’indice, erano eccitati e turgidi.

Nuda davanti a me, vestita solo degli autoreggenti, i tuoi occhi chiusi, la tua pelle liscia e vellutata, i tuoi capelli neri che come corona avvolgevano il tuo viso: sembravi il ritratto della Maya Desnuda col corpo della Venere di Botticelli e sentivo il tuo ventre ansimare…tu ed io ad occhi chiusi, nel silenzio  che sentiva solo di essere interrotto dagli schioppettii della legna sul camino, stavamo vivendo con le nostre menti la realta’ libera da pensieri e catene morali, solo il contatto ci riportava su questa terra, mentre l’erotismo forgiava il nostro mondo, quello che avevamo desiderato e progettato, di cui avevamo parlato…eccolo!

Fu dolce la penetrazione e fu estasi di unione tra noi, fu il tutto, fu orgasmo di sensi, orgasmo fisico, unione che il tempo e lo spazio furtivamente ci ruberanno per sempre e rimarrà nostro l’amplesso unificatore dei nostri sensi.

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Mi svegliaia alle prime luci dell’alba, tu dormivi accanto a me avvolta da candide lenzuola che lasciavano scoperte le tue meravigliose spalle e parte delle cosce che così tanto avevano avvolto i miei fianchi; mi affacciai dalla finestra e vidi fiocchi di neve scendere e sciogliersi sul vetro, come lacrime, ma forse non era la neve; stavo piangendo senza accorgermene e quella maledetta alba sarebbe stata l’ultima con te, come un libro che si legge troppo in fretta e non sai fermarti, tu eri stata per me, un libro bellissimo ma che era gia’ giunto al termine e così ti guardavo e già sembrava sparire la tua immagine da quella stanza.

Ti svegliasti felice, con un sorriso che porterò con me ovunque; facemmo colazione, rimanendo poi abbracciati per lunghissimi minuti; la tua valigia era pronta e il rumore infernale del gatto delle nevi, così paradisiaco all’andata, si avvicinava inesorabile; ci baciammo a lungo e le carezze sui nostri volti furono infinite ma dovevi andare…e così fu!

Rimasi a guardare la tua silhouette sparire e rientrai con un nodo alla gola, mi sentivo male perchè avevo scoperto la vita e subito questa era fuggita da me, cominciai così lentamente a sistemare i miei bagagli, ma piangevo a dirotto e non accettavo cio’! Uscii di nuovo fuori e cominciai a correre seguendo la strada che ti aveva portato via, c’era freddo e mi allontanavo sempre piu’ dalla baita seguendo una linea che non aveva senso ma non mi rendevo conto; ogni ombra, ogni oggetto assumeva ai miei occhi le tue sembianze e correvo lì certo di raggiungerti ma non c’eri; la mente comincio’ ad appannarsi e tutto era deforme, alberi, paesaggi e orizzonti, giravo su me stesso smarrito e impaurito non capendo piu’ cosa stessi cercando e dove mi trovavo; un attimo di lucidità e mi resi conto che avevo perso il senno e l’orientamento; cercai di tornare indietro facendo mente locale sui passi fatti, ma piu’ camminavo piu’ mi perdevo in un luogo tremendamente sconosciuto e mi trovavo lì senza meta, senza amore, senza calore; le forze cominciarono ad abbandonarmi ed inutilmente mi stringevo a me, cosi’ mi appoggiai supino  ad un albero innevato; cominciai a tremare e lo stato della mia mente stava regredendo ma ad un tratto scorsi un immagine e vidi te lontana ma che stavi avvicinandoti, sorridente e felice e io capii che stavi venendo a salvarmi; facevi cenno con la mano e già percepivo il tuo profumo che venne ad avvolgermi in un abbraccio caloroso.

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Così mi trovarono dopo due giorni, vicino ad un albero, stretto in posizione fetale; un sorriso si era per sempre disegnato  sul mio viso e l’ultima pagina del libro fu scritta, un lieto fine avvolto dalla bianca neve che avevamo sognato assieme.

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Centocinquanta anni di unità d’Italia non sono riusciti ad appianare le differenze tra la parte meridionale e quella settentrionale; differenze emerse subito dopo l’impresa dei Mille, quando sul mezzogiorno calò il manto opprimente del potere sabaudo, col suo volto militare e coloniale. La casa regnante sfruttò l’occasione irripetibile di ampliare il suo regno oltre ogni limite e aspettativa.
Ci furono gli eccidi di Bronte e di Fantina, e tanti altri episodi in cui il senso dello Stato nascente venne imposto attraverso fucilazioni e lutti alle masse ribelli, colpevoli di avere anticipato una rivoluzione che non era nei programmi. Non a caso la strada a Garibaldi venne spianata dalle squadre rivoluzionarie di internazionalisti e sovversivi, senza i quali non vi sarebbe state nessuna Marsala e nessuna Calatafimi.
Sotto i Borboni non si era sud di nessun nord, e Napoli come Palermo erano capitali europee di cultura e di arti, crocevia di commerci e centri di industria. La borghesia dominava assieme all’aristocrazia e convivevano sacche profonde di feudalesimo a spinte moderniste nel campo della finanza, dell’innovazione industriale, del commercio. La sconfitta del regno delle Due Sicilie diede inizio ad un’autentica e cinica opera di conquista coloniale, le cui tappe sono state: la rapina delle materie prime, l’assoggettamento del settore industriale e bancario e il suo progressivo smantellamento; la deportazione della forza lavoro; la leva militare obbligatoria di sei anni; la repressione violenta e militare di ogni movimento di resistenza.
Nelle pieghe di uno Stato colonizzatore che aveva un solo interesse: dominare e rapinare i nuovi territori, si inserì e crebbe la criminalità mafiosa che trovò anch’essa la sua occasione storica per assurgere a soggetto politico-economico nonché referente territoriale del nuovo potere piemontese. Il popolo meridionale ha fiutato subito l’inganno unitario e ha continuato l’insurrezione iniziata con Garibaldi (idealmente legata ai moti del ’48 la cui venatura indipendentista era molto forte), già nel 1866 con la rivoluzione anti-piemontese del “sette e mezzo” con il brigantaggio del sud continentale, con i moti insurrezionali dei fasci dei lavoratori; è stata una lunga resistenza oggettivamente anti-unitaria.
Nell’unità d’Italia la borghesia settentrionale ha svolto la sua opera di rapina attuata con strumenti di tipo coloniale volti a perpetuare la subalternità coloniale ed un sottosviluppo di tipo organico e funzionale ad i modelli di sviluppo delle regioni del nord. Oggi il leghismo sta completando l’opera iniziata 150 anni fa, trasformando, paradossalmente, i meridionali in veri paladini dell’unità, patrioti in lotta contro il secessionismo del nord, difensori della conquista militare sabauda. Il federalismo fiscale e/o politico, spinto dalla lega nord, rappresenta la licenza per continuare a perpetuare la dicotomia nord-sud a tutto vantaggio dell’area ricca del paese; ma visti dal sud, autonomie e federalismo possono rappresentare uno sbocco ad una situazione caratterizzata dalla cancrena di una subalternità economica-politica-culturale ma anche psicologica. Un occasione da giocarsi fino in fondo, a patto di liquidare ogni politica frontista ed ogni tentazione sicilianista o meridionalista intruppata dentro richiami all’appartenenza e al sangue.
Oggi si può ripartire dall’autonomia e dal federalismo, ma non ha nessun senso se essi sono strumenti per affermare una qualsiasi egemonia politico-economica. Avrebbe senso solo se le classi subalterne si riappropriassero della capacità politica di autogestirsi i propri problemi, rendendo in un sol colpo il ben servito alle elites dominanti “autoctone” (ecco il concetto di autonomia) e instaurando una relazione egualitaria e solidale con le regioni del centro e del nord (ecco il federalismo) che ristabilisca gli equilibri devastati da 150 anni di colonizzazione. Ma questo non si può attuare senza fare i conti con il capitalismo e con l’autoritarismo statale, principali ostacoli sulla via di qualsiasi percorso verso la libertà.
La questione unitaria italiana rimane intrecciata a tutti gli effetti con la questione sociale. Non considerarla tale, porta a naufragare nel regionalismo interclassista che mistifica gli interessi e fonda false comunioni tra dominanti e dominati, rafforzando nuova elite nazionali senza risolvere il problema dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

officinaantagonista@yahoo.it
FB: officina antagonista

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E sei venuta da me anticonvenzionale,
le scarpe nike e una borsa stile centro sociale;
mi parli di Bukowski, Bakunin e Dostoevskij,
mischi fischi con fiaschi, sei fan di Majakovskij;
inserisci un cioè tra ogni parola,
a secondo del discorso sei puttana e poi suora;
oggi sei comunista, poi anarchico-individualista,
ma la verità è una sola, aspetti chi ti incula;
università, figli di papa’, trent’anni fuori corso,
ma tanto c’è chi paga e tu bivacchi in un fosso.

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Cosa cazzo c’è da ridere se non guardo i tuoi occhi,
se il profumo e il sapore della tua pelle rimangono dono per pochi neuroni sani;
cosa inietto ora nelle mie vene se non veleno,
se non acidi salvavita che annullano le reti sensoriali del cervello;
e lo stomaco tumefatto dalla tua ricerca di piacere seduta su me,
mentre godevo e disegnavo sulla tua schiena solchi di indescrivibile passione;
eri sesso? Quello che da sempre moralismi bigotti hanno demonizzato?
Si! Sesso! E sentivo il calore del tuo interno coscia scoppiare;
era lo strofinio irrefrenabile sui miei fianchi ad eccitarmi,
e i tuoi umori a lubrificare e incoraggiare il mio indomito penetrarti;
e ora mentre guardi il mio corpo sprofondare in un’umida sepoltura,
sorridi beffarda mostrandomi sul tuo collo i segni di altre mani possedute.


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