Archivio della categoria “poesia”

5 gennaio 1984-ore 22-via dello stadio

Pippo s’era fermato, aveva parcheggiato;

il motore della Renault era caldo

fredda era la serata;

siciliani, alzate la testa”

la sua penna aveva spesso urlato

5 colpi alla nuca e fu ammazzato;

Giacomino ancora pensava, mentre la nipote recitava,

ma l’ombra dello stato copriva già

ciò che la mafia comandava;

imprenditori, già detti cavalieri,

corruzione, fondi neri;

forsefu passionale, macchè…

non aveva denari,

per coprire la malavita

di tutto scrissero i giornali.

Onorevole Drago : “chiudiamo le indagini per piacere,

perchè i cavalieri le loro fabbriche possono trasferire”,

l’allor sindaco Munzone non tenne cerimonia,

chissa’,

quel Fava forse era morto per infamia.

Ma prima o poi lo stronzo viene a galla

l’acqua limpida mette in mostra la canaglia;

Santapaola mandante,

D’Agata e Giammuso l’organizzazione,

di Ercolano e Avola l’esecuzione,

ma il regista di questa squadra non venne mai trovato

o forse…Liggio?

Mai condannato!

vent’anni per dar voce al reato

7 anni a testa perchè c’è il concordato;

Santapaola, Ercolano e Avola,

e i cavalieri? I mandatari?

Ancora oggi chi sa non parla,

puzza ancora di polvere da sparo…la terra!

Sibila però il vento

sulla madre che un figlio porta in grembo,

che sogna, come Pippo,

come tutti i genitori,

che questa terra maledetta,

la mafia faccia fuori.

 

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Terra madre,

spermi fecondano

pavimento di secche foglie

tripudio di danze;

 

acque eterne,

la vita,

imperioso incesto,

s’increspa, orizzonte vuoto;

 

fuoco stordisce,

turba il chiarore

rami indifesi,

da furia spietata divelti;

 

aria implacabile,

squarcia eternità sul domani,

sospinta la fanciulla,

nulla teme, impassibile sbatte;

 

spirito fecondo,

eterno,

impietoso, spietato,

plasmato,

ovulo mai morto.

 

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Cosi’ mi aspetti nei sogni ogni notte,

ed io non voglio svegliarmi,

il sole e’ luna nella mia mente

l’alba morte, la fine

il tramonto l’attesa,

il buio l’inizio,

l’amor-te!

Il prezzo della bellezza su un secco ramo,

ulivo circondato da colori vivi

caduco il tuo corpo piangente, bianco,

lisci capelli, volto pallido, splendidi ma freddi i tuoi piedi!

Li’ dentro han vissuto decine di miei sperma,

qualcuno e’ ancora vivo in un’erotica carcassa appesa,

coito anale post orgasmico depressivo,

sadica corda carezza la tua carotide recisa!

Corri e mi abbracci nei sogni ogni notte,

lei e’ il buio

e ti sento calda e sensuale,

mi sveglio bagnato so che tu vivi

e io non voglio destarmi

e al buio inizia…

l’amor-te!

 

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D’istante vince il buio, tuoni percuotono
lacrime da occhi ciechi, urla insonorizzate.
Cadono libri, muore Joyce accanto a Nietzsche e Sartre,
tremano i miti dell’intenzionalita’ dell’io.
Squarciano i cieli i mostri dell’odierna involuzione
napalm e morte, carcasse vane cibo fresco per i cani.
Colonne doriche in paesaggi di cubismo estetico,
madri mestruate e ventre come tomba per feti assassinati e andati.
Roghi di corpi, masse d’anime confuse,
ed avvoltoi a depredare il loro involucro.
Ridono in doppio petto a miglia di distanza,
su sfide a risiko, pedine manovrate i nostri volti.
E corre e si rincorrono le teorie di Vico,
viviamo su terre concimate dai nostri avi;
croci uncinate, croci inchiodate,
croci capovolte schiave di un pentacolo santificato.
Nei secoli fedele, nel mio segno vinci,
violenta immagine di un uomo e della sua estetica.

uccisi

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Quella che vi voglio raccontare è la triste storia di un maiale,

che s’incontrava furtivamente con una cavalla complessata

fuggita depressa e sola dalla sua staccionata.

Con la sua chioma liscia e nera andava fiera della folta criniera,

ma lo stallone che a lavorar era sempre più impegnato,

di uno sguardo da tempo non l’aveva degnato.

Mentre passeggiava obbediente e combattivo tra la merda il maialotto,

s’accorse che lo stallone s’ingroppava altre giumente,

e lui che per la cavalla già da tempo era cotto,

cominciò a studiare un piano per potersi fare sotto.

Certo che fu già bello e complessato

quando il suo membro a quello del caval ebbe comparato

ma essendo lui di destra, orgoglioso, fiero e macho

cominciò a dire in giro che il cavallo era frocio.

Arrivato all’orecchio della cavalla questa notizia sconvolgente,

lei prima pianse ma poi rise, tanto era il cavallo quello perdente;

così passeggiando per la fattoria lungo il viale,

dentro quel recinto notò il vero uomo, il gran maiale.

Calda com’era e delusa dal marito,

saltò la staccionata appena ebbe il primo invito,

il maial tutto contento uscì fuori il suo strumento,

ma appena la grandezza della fica fu alla sua vista,

invece dell’oggetto v’infilo’ tutta la testa.

Lei godendo di piacere vi torno’ tutte le sere,

e della testa del maiale lei ne fece un vibratore;

lei nitriva e lui segava e la gioia fu passione,

ma una notte sospettoso li scopri’ lo gran stallone.

Mentre godeva la cavalla con la testa al posto del fallo,

non si accorse il bel maial che dietro lui stava il cavallo;

sentì sopra la sua schiena come un peso arrampicare,

e senza tanto preavviso un gran dolore al suo sedere.

Nel fuggir la rea giumenta non si accorse del maiale

e con la testa tra le cosce violentemente ando’ a cadere;

ora ride lo stallone ad osservare la cavalla

mentre fugge scivolando in mezzo al fango della stalla.

La moral viene da sola ed è saggia e ancor beffarda,

praticando col maial vai a finire nella merda.

maiale

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Come puttana ti sei concessa a me, vita,
lussurioso ho leccato il nettare sporco della tua vagina,
e in te mi sono insinuato, voglioso, ad occhi chiusi,
credendo che mi concedessi tutto, l’orgasmo, la passione.

Ma squallida hai subito preteso la tua parcella,
così fredda a cosce aperte, rispondendo alla chiamata del prossimo cliente,
in un vuoto preservativo, srotolato senza voglia,
hai racchiuso ogni mio seme, buttandolo beffardo dentro al cesso.

Ma ti riscopero’ vita, senza sentimento,
e stavolta vorrò godere con rabbia del tuo dolore,
perchè quando ancora una volta spalancherai insolente le tue gambe,
di spalle ti mettero’,
e sodomizzandoti ad occhi chiusi il sangue vorro’ vedere
della tua sudicia e egocentrica moralità perversa.

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Brucia la mia pelle in questo letto freddo estremo,

piaghe uguali ai giorni di taciuta sofferenza;

ho chiuso gli occhi al mondo,

ma la mente resta aperta,

a sproliloqui e padri nostri,

a scommessa ultraterrena.

Il mio cibo è una siringa,

si fa strada nelle vene,

mentre fissano i viventi

la mia maschera di morte.

Una croce senza chiodi,

una sindone mi copre,

goccia a goccia il mio veleno,

un dolore in quanto vivo.

vignetta_lemonde

Stacca i fili, taglia il tubo,

dammi pace te ne prego,

se il tuo dio è così perfetto,

uccida un corpo maledetto.

angelo

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Spesso mi trovo a meditare o a riflettere su tanti eventi piu’ o meno importanti; la compagna di questa avventura solitaria è per me la poesia, così spesso derisa, così tanto svalutata nel mondo odierno. Ultimamente ho letto quella che vadoa pubblicare di seguito e prescindendo dal fatto che Baudelaire è uno dei miei poeti preferiti assieme a Verlaine e Donne, questa mi ha fatto riflettere sulla vera essenza dell’essere e sulla futilità di ciò che è pura apparenza; la piu’ bella delle poesie d’amore mai scritte secondo la mia anima.

Una carogna

“Ricordi, anima mia, quel che vedemmo / un bel mattino dolce d’estate / dietro quel sentiero? una carogna infame, / su un letto sparso di sassi:

zampe all’aria, come una laida donna, / ardente e trasudante veleni, / spalancava il ventre indifferente e cinico / tra tante esalazioni.

Batteva il sole su quel putridume / come per cuocerlo a puntino, / e ridare così centuplicato alla Natura / quel che lei aveva messo insieme.

E il cielo guardava quella gran carcassa / che si dilatava come un fiore. / Che fetore immondo! temevi / di svenire là sull’erba.

Come ronzavano le mosche su quel putrido ventre! / e come sbucavano a battaglioni / nere larve! colavano come denso liquido / lungo quei brandelli vivi.

Scendevano e salivano come un’onda, / o brulicando s’avventavano; / sembrava che quel corpo, gonfiato da un respiro vago, / si moltiplicasse in tante vite.

Di lì sorgeva una strana musica / come l’acqua corrente e il vento, / o il grano che agita e rigira ritmicamente / nel suo ventilabro chi lo vaglia.

Dietro le rocce una inquieta cagna / ci guardava con irato occhio, / spiando il momento di riprendere allo scheletro / i brandelli che erano rimasti.

-E tu? Anche tu un giorno sarai quel letamaio, / quella peste orrenda, / stella dei miei occhi, sole della mia natura, / tu, mio angelo e mia passione!

Sì, anche tu sarai così, regina delle grazie, / dopo gli estremi sacramenti, / quando sotto l’erba e le piante grasse / ammuffirai tra le ossa.

E allora, mia bellezza, di’ pure ai vermi, / che ti mangeranno di baci, / che ho conservato la forma e la divina essenza / dei miei amori decomposti!”


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Proiettano i cipressi, dal buio circondati,

ombre che le fioche luci di lampioni

come oscure spade puntano alla strada.

 

Le vecchie mura, imbevute d’anime,

proteggono virili e maestosamente freddi

nomi, bare, epitaffi, onirici ululati.

cimitero

Fu il nostro tedioso non far niente,

che porto’ alla scommessa stupida e funesta,

di rimaner piu’ tempo, a notte fonda,

accanto ad un’oscura e fredda tomba.

 

Volle Sebino sfidar cosi’ Corrado,

chiedendo di dimostrar il suo coraggio,

di metter sull’asse del sepolcro,

un chiodo a commentar il suo viaggio.

Sett_11_SantuarioChiodi

Salto’ non dal cancello ma dalle mura vecchie,

tremante e falsamente coraggioso,

sott’occhio a tutti noi rimasti innanzi,

con chiodo, martelletto e come richiamo un fischietto.

 

Passi incerti tra pitosforo e lumini,

dovea Corrado muover cautamente,

p’arrivar alla lapide e al luogo designato

ove piantar l’oggetto stabilito.

chiesa

Arrivato ch’ei fu al detto loco,

madido e di sepolti sguardi inorridito

mise di corsa in trave in pieno buio

il chiodo segnaletico pattuito.

 

Alzossi in fretta e furia per andare

ma inaspettato il braccio fu tenuto

da forze impercettibili in umano,

letale fu il terrore al suo fuggire.

mors

Aspettammo in vano tutta notte,

il suo tornare o il suono d’un fischietto,

ma tal fu la paura al far dell’alba,

che tornammo tutti a casa senza il soggetto.

 

S’aprirono le porte di mattino al cimitero,

trepidanti non a scuola, ma lì noi ci recammo,

e sì tale fu di getto lo sconcerto

a vedere tanta gente attorno a un morto.

morto

Pianto, strazio, vergogna e smarrimento,

l’aver lasciato lì tutta la notte,

il corpo rigido e freddo di Corrado,

senza curarci affatto del suo rientro.

 

A bocca aperta e occhi spalancati,

terrore sul suo viso disegnato,

con un braccio in fuga e l’altro incatenato,

la manica del golf s’era inchiodato.

 

La morte cosi’ ironica l’ha colto,

quel chiodo che dovea esser il suo segnale,

di notte, con il buio non s’è accorto,

d’essersi trafitto la veste a martellate.

chiodo

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Sentivo il freddo,eccitante contatto del tuo palmo,

stringere con grazia

e lussuria maliziosa,

le calde ed erette

dimensioni del mio sesso.

Sudava ora la tua mano,

al costante masturbare,

i tuoi occhi

e le tue labbra

rivolte all’infinito,

col protendersi bagnato

della vulva alle mie dita.

Io godevo e tu godevi,

nella misteriosa,

affascinante perversione,

al segreto degli sguardi della gente.

Cosi’ stringevi con passione le tue cosce,

che’ le dita non potessero fuggire,

e venisti trattenendo la tua foga,

tra Van Gogh e la vita di Kandinski.

erotismo

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